Un piccolo esercizio di incipit

CONSEGNE DELL’ESERCIZIO:
L’incipit non deve superare le 2500 battute e deve contenere i seguenti elementi:

  • ambientazione esotico-tribale
  • scenario esterno notte

“Acque Stagnanti” (Prima stesura)

La situazione mi sfuggì di mano durante una notte afosa.
   La sentii scivolare come il mio stomaco dentro le viscere, come le gocce di sudore sulla mia fronte. La sentii cadere come le mie speranze di avere un qualsiasi tipo di pace. In quel momento provai sconforto per la prima volta da quando ero arrivato.
   Stavamo creando un varco a colpi di machete tra la fitta vegetazione della foresta. Lavoravamo tutti insieme per riaprire il valico che collegava il villaggio alle messi, passando lungo il fiume: un vecchio sentiero polveroso ormai divorato dal verde dei rovi che crescevano senza sosta. Erano già due ore che ci dannavamo in quell’inferno di angolo celato dalla macchia, intrisi di sudore e assediati dalle zanzare bramose di sangue. Le stelle bianche ci osservavano da sopra, circondati com’eravamo da muri invalicabili di piante e arbusti impregnati dell’umidità notturna. I fuochi delle torce fendevano la flora scagliando lame di luce nella boscaglia.

   “Tutto lavoro sprecato” aveva predetto Kuruk quella sera, davanti all’intero villaggio. Mi aveva puntato l’indice contro. “Non riusciremo mai a riaprire il vecchio Sentiero delle Anime per propiziare il raccolto. Siete pazzi.”
   Tutti lo avevano ignorato, c’era aria di cambiamenti e di speranza. I fermenti e la voglia di fare avevano risollevato gli animi della gente in questa terra selvaggia e ispida.
   Ma quella notte tutto andò storto.
   «Ziwnaga!» richiamò la mia attenzione il piccolo Paco «Ziwnaga! Ziwnaga!» continuò a ripetere.
   Tornai di corsa sui miei passi accompagnato dagli sguardi ansiosi degli altri. Rincorsi la sua voce scostando le fronde e lo trovai intento a fissare un punto oltre un gruppo cespugli. Lo raggiunsi e chiesi col fiato corto: «Dimmi Paco, cosa c’è?»
   La sua unica reazione fu un secco: «Woorari».
   Frugai nella mente per cercare di ricordare: Woorari…
   Il ragazzino si girò spazientito e piantò il suo sguardo negli occhi, come scavandomi dentro. Tese il braccio destro e usò il pesante coltellaccio arrugginito che brandiva come a indicare qualcosa. Poi tornò a guardare oltre i cespugli. Seguii le sue indicazioni e vidi Makya, il capo villaggio: giaceva inerme e senza vita su un letto di foglie e pantano.
   Mi avvicinai scacciando il nugolo di insetti che circondava il cadavere. “Woorari” aveva detto Paco: “veleno” nel loro idioma. Il rosso vorace del sangue sulle foglie delle piante e le cervella che cadevano dal cranio scoperchiato, invece, raccontavano tutt’altra storia.
 
 
 
[Trovate i difetti.]