LA SETTIMA FACCIA: CAPITOLO SECONDO 2. OPPORTUNITÀ

LA SETTIMA FACCIA_CAPITOLO SECONDO_2. OPPORTUNITÀ

Il led rosso pulsava ancora come un piccolo cuore accompagnato dall’improbabile battito dell’allarme che risuonava nei corridoi esterni. Arturo era rimasto immobile, incapace di capire cosa stesse succedendo. Non era pronto a tutto quello e non voleva nemmeno esserlo. Ora i suoi pensieri vagavano incapaci di assumere coerenza lucida: ripensava alla quiete giornaliera, alla noia a cui si era abituato, al significato di quello che faceva. Quello che faceva, sì: starsene tutto il giorno spaparanzato sulla sua sedia senza far nulla. Ripensò al suo compito lì alla Lactin, frugò nella memoria alla ricerca di un appiglio, un ricordo che lo aiutasse a capire come agire, cosa fare. E lo trovò.

Uscì di casa sbattendo la porta.
«…non hai ragione Arturo, non ce l’hai.» urlò suo padre da dentro casa. «Neanche se te ne vai sbattendo le porte.»

Si avviò percorrendo il vialetto davanti a casa senza badare a tutto il resto. Era una bella giornata di fine maggio, con il sole che splendeva già alto nell’aria frizzante del mattino. Scostò dal volto un ciuffo dei lunghi capelli corvini che gli scendevano oltre le spalle, inforcò i Rayban a goccia, si mise in testa le cuffie e premette il tasto play del walkman. Gli ABBA attaccarono con “Money money money” parlando del loro richman’s world sempre soleggiato e divertente, mentre lui percorreva spavaldo la strada che portava in città. Ci mise più di un’ora per arrivare al bar, quattro chilometri sulla provinciale meno battuta della zona, bagnato dai roventi raggi del sole che si stava facendo leone.
Quando varcò la soglia del locale, lo sbalzo termico che lo accolse gli fece avere un lieve giramento. Ogni volta sembrava che oltrepassare quelle spesse pareti di sasso che coibentavano il clima, dopo aver lottato contro l’arsura per tutto il tragitto, fosse come entrare in una cella frigorifera.
«Arturo,» lo salutò Piero. «sei in anticipo oggi.»
«Uno non può sapere quando deve venire al bar. Non sono mai in anticipo, dipende da quando mi prende la voglia.»
«Se lo dici tu.» sbottò il barista dando segno di non aver capito. Gli occhi lucidi che sguazzavano su quel viso rugoso, i folti baffi cinerei ingialliti ai lati dal fumo e i capelli assenti come la vegetazione nel deserto lo facevano somigliare a una caricatura.
Arturo si guardò in giro e notò che era l’unico cliente. Il locale era essenziale: il piccolo bancone da dove Piero dispensava bevande e stuzzichini; tre tavolini con qualche sedia; fotografie in bianco e nero appese alle pareti. Nient’altro. D’altronde, ripeteva sempre Cesira, quel che conta al bar è la compagnia, e quale miglior compagnia di quella di suo marito Piero?
«Cosa ti do?»
«Il solito grazie». Si sedette a un tavolino, portò a sé la copia de “Il Sole 24 ore” e si mise a leggere.
Piero arrivò poco dopo portando l’aperitivo rosato. «Ah,» sbottò come suo solito. «mai capito come faccia a piacerti quella roba.» disse accennando al quotidiano.
«Sì, lo so, lo prendi solo per me». Portò il bicchiere alle labbra e assaporò con gusto.
«Ma cosa ci trovi di interessante in quel…» agitò la mano nodosa e levigata dal tempo.
«Be’, anzitutto è stimolante. Non come i soliti discorsi che fate tu e quel malocchio di Pierino. Per non parlare delle dispute col Campari. Parlate solo di calcio, sempre e solo di calcio. Che noia. Chissenefrega del Milan e di Baresi o della Lazio.»
«Ma sono le ultime di campionato, sperando che riusciamo a tornare su senza sporcarci troppo la giacchetta». Vide che Arturo lo guardava di traverso e cercò di replicare. «E poi il calcio è divertente, ci sono sempre nuove cose di cui parlare. La politica è sempre e solo la solita noia.»
«A parte il fatto che non si tratta solo di politica, ma anche di economia. E poi dove starebbe la noia, nell’interessarsi delle sorti del proprio paese? Un giorno mi spiegherai come fai a seguire il calcio con tanto interesse anche dopo lo scandalo sulle scommesse dell’anno scorso.» disse Arturo in un espressione seccata. Era un tipo piuttosto parco e riflessivo nei sui atteggiamenti, tanto che lo si vedeva poco entrare nelle discussioni. Osservava ai margini dei gruppi di dibattito del dopolavoro, fisso come una lucertola al sole e intento ad ascoltare. Ma quando qualcuno lo coinvolgeva o, come in quel caso, denigrava così ciò che gli stava a cuore, avvampava sfogando tutto se stesso.
«Ahhh, la passione è passione.» rispose Piero scacciando con la mano l’aria e tornando al bancone. «E tanto cosa vuoi che possiamo capirci noi della politica. Sono cose troppo grandi.»
«Sì, ma non così poco importanti da sputarci sopra.»
«Non ci sputiamo sopra». Prese una spugna e si mise a pulire il ripiano in legno «C’è già chi la pensa giusta per noi. Sai come funziona no?»
Arturo sospirò sentendo certe stupidità uscire dalla bocca di persone che riteneva intelligenti. «La democrazia ce la siamo guadagnata col sangue, col sudore. E l’unica cosa che hai da dire è che loro hanno sempre ragione?»
«Forlani, Piccoli, Cossiga. Loro sanno cosa fanno, sanno cos’è meglio per il nostro bene.»
«Ma come-» lasciò la frase a mezz’aria senza sapere come proseguire.
«Non pretendo che tu capisca.»
In quella varcò la soglia Campari, con un sorriso ebete stampato in faccia come se avesse vinto alla Lotteria Nazionale. Era un uomo dall’aspetto sciupato, barba sfatta, berretto perennemente calato sulla fronte e una faccia costellata da rughe profonde. Nonostante i suoi 52 anni, con la sua aria trasandata ne dimostrava una settantina. «Buongiorno.» disse dirigendosi al bancone. Il marcato accento romano mai abbandonato negli anni si notava perfino quando parlava senza storpiare troppo le parole. Il suo saluto era più simile a un Bonjorno.
Arturo fece un cenno di assenso per salutare il nuovo arrivato e poi si calò nella lettura del giornale. Al bancone i due si scambiarono alcune battute di rito sull’andamento del campionato, piccole scaramucce tra milanisti e laziali. Mentre scorreva bramoso gli articoli, Arturo registrò appena il sottofondo della conversazione. Aveva poca voglia di sentire i discorsi monotoni dei due e gli fu facile distrarsi.
Quando Campari gli parlò, era talmente concentrato che non se ne accorse. Sollevò gli occhi e chiese: «Parli con me?»
«Ao’, ma che te sei rincojonito? T’ho ddetto se stai ancora a ccerca’.»
Sulle prime non capì, corrugò la fronte più perplesso di prima. Poi colse il significato e s’illuminò. «Sì, sto ancora cercando. Mario non vuole, ma non mi importa di quello che vuole mio padre. Lui e di quel suo deprimente buco di chincaglierie, vorrebbe che lo aiutassi. Non ci penso nemmeno.»
«Ragazzo, nun dovresti parla’ male de tu’ padre e del su negozio». L’uomo sorrise mettendo in mostra i denti traballanti che gli restavano. «Sei inteliggente, l’ho ssempre saputo. Un inteliggente e arrogante fijio de bona donna, co’ tutto rispetto pe’ tu madre. Me ricordi com’ero io all’età tua.»
«Io non farò la tua fine.»
«Oh,» disse portandosi una mano alla bocca in un ampio gesto teatrale. «Ce stanno ‘n zacco de cose che nun sai de me, ragazzetto. Ma-» agitò il dito in aria e si portò alla bocca il bicchiere. Fece scivolare l’aperitivo in gola con una delicatezza dissimulata, quasi regale, un portamento che raschiava le unghie con il suo aspetto esteriore. Non staccò gli occhi da quelli di Arturo. «Ma… me piaci. Nun te posso sopporta’, ma me piaci.»
«Quindi, che significa?»
«Significa che ce sta ‘n lavoretto, un contatto che conosco. Sta giù alle fabbriche d’a periferia bassa.»
«E di cosa si tratterebbe?»
Campari sbuffò col suo fare melodrammatico. «’O voi sto lavoretto o me devi riempi’ ‘a testa de domande? Me sembra de’ sta al Rischiatutto.»
«Sì lo voglio, ma mi chiedevo almeno se fosse qualcosa che-»
«Te, nun te preoccupà, che ce penso io.» Si girò verso il bancone e fece segno a Piero di volere carta e penna. «Presentete» cominciò a dire mentre si concentrava nella scrittura come se fosse un’attività difficile e di precisione. «Vacce a ‘sto posto, domani e lascia fa’.»
Gli porse il bigliettino vergato in una scrittura traballante e Arturo lesse perplesso.
«Ma questo è l’indirizzo della Lactin.» cercò di protestare. «Sicuro che cerchino qualcuno?»
«Ao’» rispose enfatico come sempre agitando le mani con i palmi uniti. «possibile che tè c’hai sempre da rompe’ er cazzo?»
Arturo fece una smorfia. «Altrimenti sarei soporifero come voi due.»

«Quindi? Tutto qui?»
Era seduto su un’elegante sedia dai braccioli intagliati con cura da mani sapienti e imbottita con della stoffa fiorata. L’ufficio era ampio e arieggiato da una lieve brezza nonostante le tapparelle abbassate. Le pareti ingombre di librerie e scafali colmi di carte davano un tocco antiquato.
Dalla sua poltrona di pelle nera, Il Secco, nel suo abito gessato, gli sogghignava dall’altro lato della scrivania. «Che significa tutto qui? Cosa si aspettava, signor Devoti?»
Arturo sfogliò e rigirò il contratto fra le mani, passò in rassegna l’intero documento leggendo qualche parola a caso di qualche riga a casaccio. Le parole erano troppo piccole o troppo inutili per catturare la sua attenzione. Un riquadro lo colpì, incorniciato da sottili linee tratteggiate. L’intestazione urlava in testo stampato “LEGGERE ATTENTAMENTE”. La frase che conteneva gli si marcò a sangue nella mente quel giorno, una frase che però finì per essere inghiottita dalle maree del tempo, insabbiata nei recessi della memoria. La bisbigliò. «La mansione riservata all’Addetto Riscontro Anomalie consisterà nell’osservazione delle strumentazioni di rilevamento e il successivo avvertimento del reparto competente, nonché la supervisione delle unità di sicurezza.»
Il Secco lisciò la pelle color cognac del sottomano che copriva la scrivania in mogano. Un gesto lento, quasi sovrappensiero. Si sporse dal suo trono. «Non è di suo gradimento, capisco.»
«Sa,» Arturo cercò di scusarsi facendo spallucce. «non mi ci vedo a fare il vigilante.»
«Oh, ma che brutta definizione. Non si tratta di fare il vigilante, qui si tratta di sovraintendere alla sicurezza specialistica aziendale nel settore ricerca e sviluppo.»
«Una definizione pomposa per dire che dovrei fare il vigilante.»
L’uomo non tradì una reazione, ma nei suoi occhi Arturo lesse una vibrazione liquida di divertimento. «Sa signor Devoti, in quasi 35 anni di carriera mai mi era capitata una figura promettente come lei. Sa il fatto suo e non ha paura di esporre le sue idee. Mi piace questo modo di fare.»
«Grazie.»
«Ma-» disse muovendo la mano aperta per interromperlo. «mi è stato detto che ha bisogno di un lavoro». Fece una pausa per guardarlo negli occhi. Arturo si sentì veramente a disagio per la prima volta in vita sua e ne fu sorpreso. Gli occhi di quell’uomo lo rovistavano come una mano dentro una borsa, cercavano con impeto qualcosa dentro di lui. Esternamente rimaneva composto, ma gli occhi gli ribollivano eccitati. «Io credo che lei sia perfetto per questo lavoro, vedo in lei le potenzialità necessarie per svolgere a pieno i suoi compiti. Probabilmente non ce ne sarà bisogno, ovviamente, questo lavoro è così: alti e bassi. Per una vita si aspetta l’alto e lo si aspetta invano. È così signor Devoti. Se accetterà quest’incarico i suoi compiti saranno quelli descritti sul contratto e se vi saranno emergenze verrà assegnato all’ERC. Il contratto prevede una lauta somma d’entrata, una retribuzione mensile degna di nota e una generosa buonuscita allo scadere del suo cinquantesimo genetliaco. Probabilmente non dovrà fare nient’altro che godersi la sua vita e i suoi soldi, le emergenze non sono certo all’ordine del giorno qui da noi. Negli ultimi 80 anni, dalla nascita dell’azienda, un solo sovraintendente alla sicurezza specialistica aziendale nel settore ricerca e sviluppo ha dovuto scomodarsi dal suo ufficio. Ora le scriverò una somma su questo foglio, poi, se sarà d’accordo, riporteremo i suoi dati e la cifra sopra al contratto.»
Il Secco si mosse nel suo completo elegante lasciando intravedere i suoi lineamenti ossuti. Era come osservare un animale in un sacco di iuta che scalciava per liberarsi. Dava i brividi.
Prese un foglio dal blocco intonso che aveva davanti, svitò il tappo della raffinata stilografica e tracciò una cifra con mano rapida e decisa. Lo porse ad Arturo.
«Questa è la cifra di cui stiamo parlando. Spero che accetterà.»
Arturo si mosse sulla sedia e tirò a sé il foglio. «Lei mi sta offrendo di fare la guardia al latte e ai formaggi della sua fabbrica per i prossimi… 33 anni per più di quattro milioni al mese? Oltretutto con una pensione anticipata schifosamente alta. Non ho mai visto formaggi così preziosi o così spregiudicati da dover richiedere qualcuno che li tenga d’occhio per una cifra simile. Lei dev’essere pazzo.»
«Non mi giudichi signor Devoti. Noi siamo un’azienda che opera in più di 40 paesi nel mondo: ci teniamo ai nostri prodotti e, soprattutto, alla sicurezza.»
Arturo rifletté, guardando il contratto, senza vederlo. Spostò lo sguardo sulla cifra scritta sul pezzo di carta. In testa gli vorticavano un sacco di domande, ma si sentiva emozionato. Quella poteva essere la sua via di fuga da tutto. «D’accordo,» disse infine, come esausto. «trovo tutto molto strano. Ma mi piacciono le sfide e lei sa come rendere interessanti le cose.»
Il direttore mostrò i denti in un ghigno compiaciuto che aveva poco di un sorriso. «Grazie signor devoti. Dato che siamo d’accordo direi di procedere con la compilazione del contratto e le firme.»
Prese fiato e pensò all’opportunità che aveva: andarsene di case, vivere la propria vita, avere una propria indipendenza, cominciare un lavoro che avrebbe potuto essere stimolante. «Procediamo.»

L’allarme rimbalzava lungo i corridoi. Arturo era in piedi, bloccato davanti alla piccola colonna del suo ufficio. Ripensava a quel primo incontro con il direttore, alla firma del contratto, alla forte sensazione di libertà e all’esplosione di adrenalina dopo essere uscito dall’ufficio. Nei 32 anni trascorsi in quel posto non aveva dovuto far altro che sonnecchiare e annoiarsi ed era infine scivolato in una monotona routine. Gli spigoli del suo carattere intraprendente e la sua determinazione erano stati erosi lentamente dal tempo, smussati fino a diventare lisce e innocui curve.
In quel momento le parole di quel buffo ometto che aveva ribattezzato Il Secco gli risuonarono in testa: “Se accetterà quest’incarico il suo compito sarà quello descritto sul contratto e si saranno emergenze verrà assegnato all’ERC… un solo sovraintendere alla sicurezza ha dovuto scomodarsi dal suo ufficio”.
ERC. Aveva chiesto cosa significasse una volta e gli era stato risposto: Equipe Risoluzione Conflitti. Ma quali conflitti potevano esserci in una multinazionale di derivati del latte? Non aveva chiesto ulteriori spiegazioni, si era semplicemente detto che a volte le cose devono avere un nome pomposo per assumere il loro ruolo all’interno delle cose. Come il suo lavoro, non semplicemente una guardia, ma sovraintendente alla sicurezza specialistica aziendale nel settore ricerca e sviluppo.
La porta dell’ufficio si spalancò e tre uomini in divisa nera coperta da placche lucide come vetro fecero irruzione nella stanza. Arturo rimase a bocca aperta, li fissò senza capire. Le loro uniformi militari futuristiche somigliavano a quelle che si vedono solo nei film di fantascienza. Portavano un casco nero con una visiera riflettente che copriva tre quarti del viso. Dietro di loro entrarono altre tre figure che spazzarono via in modo definitivo tutte le convinzioni e le certezze di Arturo. Il primo era un tizio in camice bianco da laboratorio con le maniche ripiegate fino al gomito che lasciavano intravedere vistosi tatuaggi. Gli occhi languidi, la barba incolta e i capelli in disordine completavano il quadro dandogli l’aria giovane e arruffata di un leone appena svegliato.
Dietro di lui fece la sua comparsa Il Secco. Si reggeva su un robusto bastone. Erano anni che Arturo non lo incrociava, sempre sostituito dai vice dei vice dei vice per le cerimonie ufficiai e i discorsi al personale. Sembrava consumato dall’età, con le guance scavate, le mani consunte che lasciavano spazio ai tendini. Nei suoi occhi quella luce che aveva visto trent’anni prima però, ardeva ancora.
Subito dietro di loro aveva fatto capolino un individuo che uccise i pensieri di Arturo lasciandolo in uno stato catatonico. Allegro e pimpante come se fosse stato esente dal trascorrere del tempo, entrò Campari, con il suo sorriso sicuro, che trasmetteva fiducia e nervosismo al tempo stesso. Era rimasto esattamente come quel giorno di tanti anni prima, l’ultimo in cui fu visto prima che scomparisse per sempre dalla circolazione.
«Ciao Arturo.» lo salutò. «Che me combini?»
Ma Arturo era rimasto senza parole.

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