Le basi della trama

La cosa più importante per uno scrittore è scrivere romanzi, racconti, poesie, poemi ecc. Va da sé quindi che è una necessità primaria capire cosa sia un racconto o un romanzo. Pensate veramente di sapere cosa sia un racconto o un romanzo?
  La risposta a questa domanda è semplice ma sottile. Molte volte lo scrittore crea, fantastica, si esalta immaginando, glorifica i propri sogni, si vede magari già portato in trionfo e perde di vista l’obbiettivo. Perché lo scrittore è vanitoso, brama la fama e si delizia assaporando il gusto delle proprie idee. Non è certo sbagliato, dopotutto il compito principale di un buono scrittore non è sognare? Esiste però una netta differenza nel modo in cui lo si fa. In un recente articolo di mondoscrittura http://www.mondoscrittura.it/?p=3835 vengono ben elencati i sette vizi capitali (difetti) dello scrittore esordiente. Quindi non mi dilungo oltre e passiamo avanti.

 

SALTA OLTRE L’OSTACOLO
Se uno scrittore riesce ad andare oltre le sue fisime e scavalca il muro dei propri capricci scopre che nel magico mondo della scrittura creativa c’è un intero universo di sapienza a cui attingere. Certo, il mondo là fuori è lastricato di ghiaccio su cui si rischiano goffi scivoloni e solo conoscendo i rischi possiamo imparare a prenderne confidenza. Ricordiamoci sempre che per riuscire a fare una cosa che oggi ci sembra normalissima (andare in bicicletta, pattinare, leggere, camminare, elencare gli album dei Dream Theater in ordine di data di uscita o per il numero dei pezzi della batteria di Mike Portnoy…) abbiamo dovuto cadere e fare errori. Ma “Don’t panic!”, come ribadiva Douglas Adams, niente panico, siamo tutti qui per imparare.
  In questo articolo voglio sviscerare le basi della trama, cioè approfondire i concetti sulla storia. Perché è la conoscenza della costruzione di una trama che può fare da fondamenta alla costruzione di un intreccio. Se ne capiamo i meccanismi, i metodi costruttivi. Può sembrare banale paragonare i termini trama e storia. In realtà questo concetto aiuta a entrare nell’ottica di cosa sia veramente una trama, come vedremo in seguito.  

POSTULATO
Una trama è costituita da inizio (incipit, da non confondere con il prologo), corpo (o sviluppo) e fine (o conclusione, da non confondere con l’epilogo).
  In qualsiasi trama, l’intenzione è andare da un punto A (incipit) ad un punto C (fine) compiendo un viaggio o “cambiamento” (per mezzo di B). Questo è il succo del discorso. Semplice da capire, facile da spiegare, niente di complicato. Allora perché è così tremendamente intricato sviluppare una trama quando abbiamo una buona idea in testa?
 

MATTONCINI LEGO
Una trama è di per sé nient’altro che lo sviluppo di una serie di elementi primari che possiamo vedere come dei mattoncini lego: più ne mettiamo più possiamo fare una trama intricata. La cosa da tenere ben presente è che i mattoncini che stanno alla base devono essere solidi, in grado di reggere il peso degli altri che vogliamo poggiarci sopra. Devono essere quindi credibili: i personaggi devono svolgere azioni coerenti con la loro indole e con il loro carattere. L’ambientazione, vera o inventata, deve essere verosimile e priva di contraddizioni. E tutta quella serie di fattori che non farebbe storcere il naso a nessun lettore.

Detto questo gli ingredienti che ci servono per realizzare una buona storia sono:

  • 20g di dettagli abbozzati sul passato
  • 1 cucchiaio di conflitto
  • 150ml di Paure, Ambizioni, Fantasie miste
  • Situazioni di opposizione QB
  • 1-2 tuorli di Spannung (Tema)

Ci sono un’infinità di tecniche per cucinare questi ingredienti. C’è chi dice che senza aver creato dei buoni personaggi non si possa costruire uno scopo e quindi una buona trama. Altri invece affermano che se non si ha in mente uno scopo è impossibile scrivere una storia con buoni personaggi. Altri ancora sostengono che se non si costruisce un buon passato non si potrà mai avere un buon presente. E così via.


L’unica cosa importante però è avere a disposizione tutti gli elementi della ricetta. Perché alla fine non c’è nient’altro in una buona storia: non importa se padron Frodo debba gettare l’anello di Sauron nel monte Fato. Sono solo ricami e sviluppi cuciti attorno all’ambientazione. Un testo per avere mordente deve coinvolgere psicologicamente il lettore e, nella trama, quello che coinvolge è l’immedesimazione del lettore nel fatto che Frodo sia stanco della Contea, della sua abitudinaria monotonia, e se ne voglia andare. Ma teme di andarsene, quella è la sua vita, quella terra è tutto ciò che conosce. Così facendo si crea un varco tra paure e desideri che viene pungolato dal fatto che Frodo debba decidere se partire o meno a causa dell’anello.
  L’aspetto che fa da fulcro a tutto e che voglio che si colga è che questi mattoncini basilari, in un modo o nell’altro, devono essere presenti e definiti PRIMA, e badate bene al “prima”, di iniziare a scrivere. O perlomeno così dovrebbe essere se si vuole realizzare una buona pianificazione. Non importa come li avete tirati fuori, come li avete costruiti, da dove siete partiti, da cosa avete preso spunto. Il progetto deve essere preesistente quando si dà il via alla stesura. L’essenza vitale di un buon testo deve essere una percezione di ciò che ci gira attorno e l’unico modo per farlo è pensarci. Se questi mattoncini non ci fossero dovreste costruire la storia a braccio, come viene, con intuizioni sul momento e facendo affidamento a quella che tutti chiamano “la divina Ispirazione”. Che poi tanto divina non è.
 

ISPIRAZIONE, QUELLA STRANA E SCONOSCIUTA ENTITÀ
L’argomento potrebbe essere trattato con notevoli sbrodolamenti e sproloqui ma, detto brevemente, quella che gli artisti, e in maniera particolare gli scrittori, chiamano ispirazione è una bufala. Non è che non esista, esiste eccome, ma troppo spesso l’artista declama le virtù della sua ispirazione perché “L’arte è libera, non può essere assoggettata a regole”. E poi perdono sei mesi ad aspettare qualcosa che non verrà, qualcosa che disconoscono.
  Certo è insindacabile che alcuni abbiano per davvero il “dono dell’ispirazione travolgente”. Ma non tutti sono dei geni che si svegliano tutte le mattine belli pimpanti esclamando Eureka! La verità è che siamo tutti diversi, ognuno con i sui tempi, con le sue manie, con i suoi modi di pensare. E tutti possiamo diventare autori. Come celebra quella serie di famosi Memes “They told me I could be anything, so I became a writer” (Mi hanno detto che potevo essere qualsiasi cosa, così sono diventato uno scrittore). Be’, non è proprio così che funziona perché molti non ce la faranno, abbandoneranno, si stuferanno di imparare, di impegnarsi. Ma questo è normale: non si impara a fare una cosa da un giorno all’altro. Ci vuole esperienza, impegno e modestia.
 

COME CREARE
Esistono molte versioni degli elementi che compongono una trama. Una in particolare mi ha affascinato in quest’ultimo periodo per la bontà dei metodi utilizzati. È una schematizzazione proposta da Fabio Bonifacci, sceneggiatore italiano di grande talento.
  La sua analisi, esplicata nel corso gratuito di scrittura creativa che tiene sul suo blog http://www.bonifacci.it, estrapola come elementi fondamentali i seguenti: situazione precedente, incidente scatenante, paura nascosta, desiderio esplicito, serie di ostacoli con difficoltà sempre maggiore, colpo di scena, climax. O per lo meno questi sono i principali. La cosa interessante di questo studio è che l’ispirazione viene convogliata analizzando la creazione di un personaggio che incarna due poli opposti (paura nascosta, desiderio esplicito) per trovare un incidente scatenante che faccia pressione su quella che viene definita come “Area di pericolo”, cioè quel punto cruciale, quella situazione, quell’episodio scatenante che lo pone davanti ad una serie di scelte che riguardano e mettono in gioco desideri e paure (ricordate padron Frodo?).
Personalmente lo trovo piuttosto significativo e utile.
 

COS’È UNA STORIA
Tutto questo bel patatone e alla fine non siamo ancora arrivati all’epicentro del discorso: cos’è una storia. È vero: una storia è inizio, sviluppo e fine; una storia è il tendere delle vicende ad una conclusione; una storia è una catena di scelte, sempre più costrette dalla trama e dai personaggi. Ma tradotto in termini pratici di cos’è fatta una trama? Prima abbiamo accennato agli elemento principali, quegli ingredienti che bisogna preparare per poter pensare alla ricetta. Ma siamo sicuri che siano sufficienti? Basta aver creato un bel personaggio, con dei desideri, delle paure e un passato par fare una storia?
  La risposta ovviamente è negativa. Proviamo a immaginare un trama con i personaggi più fichi che ci vengono in mente. Prendiamo il Frankenstein della Shelley, il Dorian Gray di Wilde, K. o Gregor Samsa di Kafka, il capitano Achab di Melville; ma anche moderni, prendiamo tutti i supereroi della Marvel e della DC Comics: Hulk, Capitan America, gli X-men, Daredevil, Punisher, Lanterna Verde, Batman, Flash, Wonder Woman… buttiamoci anche tutti i personaggi dei manga per i nippofili: Shinji Ikari e gli Eva, Light Yagami, Edward e Alphonse Elric, Vash de Stampede, Spike Spiege, Totoro, Ranma Saotome… Possiamo aggiungere tutti quelli che vogliamo e li abbiamo tutti lì creati, pronti da usare eppure… Il libro non c’è, non c’è una trama, non c’è niente: solo una stanza buia, vuota e piena di questi personaggi.
  È semplice capire cosa manca se immaginate un film: mancano un’ambientazione e un’azione. Quello che manca è una scena e in questo caso una scena di partenza. Cosa fanno questi personaggi? Dove sono? Come interagiscono fra di loro? Cosa sta succedendo quando li osserviamo? E poi, dopo quella scena, cos’altro succede? Si spostano? Cambiano ambientazione? Visitano altri luoghi? Parlano, fanno altre cose?
  Ecco che ci facciamo molte domande a cui, dando risposta, costruiamo una trama, un oggetto costituito da ambientazioni e azioni dei personaggi. Se consideriamo che un’ambientazione in cui si svolge un’azione dei personaggi non è nient’altro che una scena, arriviamo quindi a afferrare un concetto essenziale e notevole: una trama è una sequenza di scene.
  Non esiste libro di narrativa al mondo che non sia strutturato su delle scene. Si trovano poche eccezioni a questa affermazione, rarità di Grandissimi Autori del passato, titolo di cui voi, scrittori moderni, non oserete fregiarvi dato che, per essere scrittori abbiamo detto sia necessario essere umili.
 

SCENE SCENE SCENE!
“Pierino è un ragazzo con molti problemi comportamentali, è sboccato e cattivo con le maestre. Le insulta tutti i giorni mentre gli altri bambini le portano una mela e sono sempre ben voluti”
  Per chi di voi non se ne fosse accorto questa non è una scena, somiglia più a mia madre che quando vuole spiegarmi una cosa parte dagli albori della civiltà umana credendo che il contesto sia utile. E invece a me non frega un beneamato. Oltre ad essere un intervento dell’autore che spiega com’è caratterialmente Pierino e come si comporta, è un commento generico, fatto di giornate generiche, maestre generiche, compagni generici. E mele generiche.
  Oltre a non essere una scena è anche una estensione indefinita dei soggetti in questione: non si parla della maestra Giulia che veste sempre di marrone e con il rossetto rosso, non si parla di Vercingetorige, il leccaculo della classe che porta sempre la mela alla maestra. Né tantomeno si parla della mela, definita come tale in questo contesto, che è e rimane un oggetto indefinito, privo di sfumature. Quando noi delimitiamo un oggetto indefinito solo tramite un nome, l’immagine mentale del destinatario che riceve l’informazione è l’immagine personale che ha di quell’oggetto. Se io dico “una mela” ognuno immagina una mela diversa: una mela rossa, una mela verde, una mela gialla, una mela bella, una mela un po’ bacata, una mela marcia, una mela di qualsiasi varietà. Se io invece dico “la mela rilucente, di un rosso succoso” ecco che l’immagine viene definita perché viene circoscritta la rappresentazione.
  La traduzione del passaggio precedente in una scena è Pierino che entra a scuola, un suo compagno porta la mela alla maestra e Pierino, irritato la insulta. E questa è solo la descrizione di una scena, non è la scena vera e propria, è una sua schematizzazione. La scena della trama sarà:

“Pierino entrò in classe piegato dal peso della cartella, sgusciò tra i banchi e prese posto in fondo all’aula. La maestra entrò con un sorriso a 64 denti e salutò tutti con un Buongiorno. Vercingetorige corse come sempre alla cattedra con una rilucente mela, di un rosso succulento.
«Mi fai schifo, stupido leccaculo» sbottò Pierino dal suo banco «e si fotta anche lei.»
«Pierino!» La maestra era una bautta di rughe con un ringhio feroce «Non ricomincerai anche oggi?»”

Si potrebbe obbiettare che la soluzione da me proposta sia lunga mentre la prima era più diretta e conteneva il succo del discorso. Leggendo la prima però si traggono solo conclusioni e si apprendono particolari sui personaggi in modo diretto e forzato. La scena invece li implicita in modo allusivo e crea una visualizzazione dei personaggi nella testa del lettore; li rende vividi e reali afferrando un piccolo scorcio della loro vita.
  Molti, i più attenti e informati, a questo punto solleverebbero una questione fondamentale: “Ma tu stai elogiando lo show don’t tell!”. Al che la mia risposta sarebbe qualcosa come “Nì”.
  Come tutte le tecniche narrative, lo show don’t tell (mostra, non raccontare) è una scelta dell’autore, che la impiega per consentire al lettore di vivere la storia attraverso azioni, parole, pensieri, percezioni sensoriali ed emozioni anziché attraverso una spiegazione con l’intervento diretto da parte dell’autore. È vero che mostrare una scena richiede molte più parole che dilatano il testo. La scelta di adottare o meno questa metodologia durante la stesura di un testo ha quindi i suoi vantaggi (molti) e svantaggi (pochi). Oltretutto mostrare richiede molte volte uno sforzo mentale e un’immaginazione ben superiore al semplice raccontare.


   “If a writer of prose knows enough of what he is writing about he may omit things that he knows and the reader, if the writer is writing truly enough, will have a feeling of those things as strongly as though the writer had stated them.” (Ernest Hemingway)

Se uno scrittore sa abbastanza riguardo ciò di cui sta scrivendo può omettere le cose che sa e il lettore, se lo scrittore sta scrivendo davvero abbastanza, avrà la percezione di quelle cose come se lo scrittore le avesse dette. Questo è lo show don’t tell.
  Dobbiamo tuttavia tener ben presente che una scena può anche essere raccontata. Possiamo dilungarci per giorni a discutere se e quando sia meglio il mostrare rispetto all’ormai superato raccontare, ma non è questo lo scopo di questo articolo. Se vogliamo narrare una storia dobbiamo fare in modo di creare e poi tradurre in parole delle scene. L’impatto e il peso che queste scene devono avere all’interno del progetto generale deve essere dominante e non solo un’appendice alle spiegazioni dell’autore su “quello che avrei voluto raccontarvi era…”.

8 commenti su “Le basi della trama”

  1. Molto interessante. Ovviamente sai benissimo che mentre leggo confronto in continuazione ciò che ho scritto e penso : O cazzo, ma li non ho seguito la regola, li sì però, li no, li sì echeccazzo,… 🙂

    Vabbene, vabbene, vabbene. Nessuno ha detto che doveva essere facile.

    Di un po’ michael, ma a te che te ne viene di tutto questo impegno ?
    Grazie.

    1. Grazie Nicola. Anzitutto ricorda sempre il motto: “CONOSCERE LE REGOLE PER ABBATTERLE”. Trovo che imparare quali siano le regole, esercitarsi su queste basi e sviluppare esperienza. Quindi si più infrangere la regola, si deve tentare di infrangerla, ma solo conoscendola e solo dopo averla fatta propria.
      E ricorda: tutto ciò che non è scena o è un saggio o è l’autore-pensiero solitamente.

      Cosa ne viene a me di questo impegno? Sono convinto che se io metto a disposizione le mie conoscenze e tu metti a disposizione di tutti le tue, qualcun altro metterà a disposizione le sue. E nessuno avrà più la scusa per dire: “Ah, ma non lo sapevo che si faceva così”.

  2. Ottimo lavoro Nonno,
    da quando osservo e cerco di applicare le tecniche di scrittura tutto sembra diventato più facile. Certo, ogni tanto ti fermi e pensi: “ma questo che scrivo è utile?” però tutto serve a esprimere l’ispirazione iniziale.

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