The Hunting Party

Più che gruppo di caccia, si potrebbe rinominare “Il festino dei Cacciatori”.

studio aperto
Tutto inizia in una consumante giornata di un giugno da tipico Caldo record. Quelle che ti svegli nel letto e pensi di essere a mollo nella vasca da bagno talmente sei sommerso nei tuoi stessi fluidi corporei. Mi alzo dal letto con un sonoro SGUISH e barcollo per casa galleggiando in una nuvola umida da nebbia in Val Padana, con le ascelle che risuonano un CICH CIACH raccapricciante e i testicoli che ruotano come le sfere del kendama, tra cori di proteste per l’ingiustizia del carcere a vita senza l’ora d’aria.

Vorrei morire, o comunque cadere in un coma molto profondo, dove non possa percepire niente, nessuno riesca a svegliarmi/rompermi le scatole, neanche una sorpresona della Carrà. Ma il solo pensiero richiederebbe un’attività neurale che andrebbe ben oltre le limitate risorse mentali che ho a disposizione. Quindi mi preparo un caffè, nonostante il terrore che l’acqua evapori direttamente dal rubinetto anziché cadere nel fondo della caffettiera, inveisco contro qualche santo così, giusto per sdrammatizzare e passare il tempo. Già, passare il tempo, perché la sola idea di frapporre dei tessuti fra la pelle sudaticcia e qull’habitat da pre-Pompei marittima mi da la nausea.

Il cane intanto mi punta con il suo sguardo accusatorio da «È tutta colpa tua se la vita è una merda. Fattene una ragione. Ti odio.»

Rimango un po’ sbalordito: non sapevo che il mio cane potesse parlarmi, non con tanto ottimismo tutto insieme.

Sta di fatto che mi tocca. Stasera c’è l’evento per cui Maki si prepara ed emoziona da mesi, le tremano le gambe al solo pensiero tanto che se provo a introdurre l’argomento per pensare a una minima pianificazione, lei mi fissa con lo sguardo di chi vuole farsi una pelliccia ecologica con la miua inutile pelle, cambia argomento con tale rapidità che l’aria spostata fa sbattere tutte le porte di casa e il suo tono di voce s’impenna come la Lira lo spread montiano. Poi simula svenimenti e attacchi d’ansia.


Quando l'uomo con la pistola...
Quando l’uomo con la pistola…

...incontra la donna dallo sguardo torvo...
…incontra la donna dallo sguardo torvo…

l'uomo è comunque un uomo morto.

l’uomo è comunque morto.

Quindi so già che dovrò preparare tutto io.
Mi rassegno e mi vesto. Fin qui tutto bene nonostante mi piacerebbe starmene spaparanzato a refrigerarmi le gonadi.

Immagini di repertorio di una delle attività estive preferite: il refrigereus gonedae
Immagini di repertorio di una delle attività estive preferite: il refrigerium gonedae, con tanto di banchetti e semplici libazioni in onore dei defunti.

Devo mettere la pettorina al cane, ma più che mettergli la pettorina sembra di dover operare a cuore aperto un gelato gusto parmigiana di pelo sull’asfalto della tangenziale Est in Agosto. Svincola, sbrodola, si accascia e sviene. L’impresa tutto sommato viene anche bene, così iniziamo il rituale mattutino del: ti porto fuori a fare pipì, rientriamo, ti preparo la pappa, altro giro fuori a seminare un po’ di isotopi pesanti dello Stronzio per le vie.

Compiuto il massacro, usciamo e ci prepariamo per la fase uno: facciamo un giro di 5Km, su e giù per il paese per cercare i dannati glowstick che Maki vuole per il concerto. Certo, reperire la materia non è facile:

Entro nel negozio. «Buongiorno.»
«Buongiorno.»
Sguardo al cane. Sguardo a me. Sguardo indignato al cane. Sguardo indignato a me.
Sorvolo.
«Stavo cercando dei glow stick…»
Sguardo indignato al quadrato.
«Sì, sa… quei cosi…» mimo quello che solo troppo tardi mi accorgo essere un simbolo fallico.
Sguardo indignato al cubo. Mi percorre un brivido freddo. Ho paura che tra poco si possa aprire un ponte di Einstein-Rosen generato da una vaporteppica quarta dimensione dell’indignazione.
«Sa, quei braccialetti… che si illuminano al buio…»
Il sopracciglio destro gli si alza e percorre la navata della sua fronte di pietra come un incrinatura. Devo dedurre che la risposta possa essere che non ne abbia.
Chiedo conferma. «Non ne ha?»
«No.» il suo sguardo si scioglie un po’, forse ha capito che in fin dei conti non volevo squartarlo e usare il suo corpo come carta da culo d’emergenza.
«Non fa niente. Grazie mille. Buongiorno»
Esco dal negozio accompagnato da un mugugno che decripto essere qualcosa di simile a un «Buongiorno.»

Fortuna vuole che trascinandomi a caso per le vie della città ci imbattiamo in un negozietto che li vende. E si ritorna a casa.

[FINE DELLA PRIMA PARTE]