Le cose che mi sconvolgono… [PARTE 2]

A voi la seconda parte del mega listone gargantuesco (leggere oltre per capire), che sto cercando di fare su “Le cose che mi sconvolgono di uno scribacchino”. L’articolo completo con tutta la lista lo trovate QUI.

2 – Divario percettivo:
Il duro lavoro dello scrittore è rendere in parole quello che immagina. C’è chi lo sa fare in modo eccellente, chi se la cava e chi proprio non ce la fa. Non c’è scusa che tenga: l’autore si può immaginare una storia incredibile, personaggi originali, un intreccio frizzante che terrebbe incollato dalla prima all’ultima parola; se però non è in grado di tradurre in parole quello che la sua testolina malata partorisce, allora è un lavoro inutile. Può anche utilizzare il suo tempo in modi migliori come dedicarsi a sport quali il modernissimo chupito a ostacoli o la maratona notturna di cazzeggio insonne su internet.


   Al giorno d’oggi sono tutti pseudo artisti: “ho pubblicato un romanzo”, “sono uno scrittore”, “i miei personaggi mi parlano” e “il mio pubblico mi adora”. Tutte fregnacce. In realtà: hai scritto un’accozzaglia di parole di seguito a stento leggibili, zeppe di aggettivi e avverbi, con subordinate come se non ci fosse un domani, possiedi solo una penna, non sei uno scrittore, i tuoi personaggi non ti parlano, hai solo una doppia personalità mutaforma e no, devo farti presente che amici e parenti non sono un pubblico.
   Tradurre le idee in parole è un lavoro serio, per cui bisogna spalare merda per ore tanto da farsi sanguinare occhi e mani. Altrimenti si rischia di sprofondare in una verbosa sequela di mediocrità: tutti sono capaci di scrivere un concetto su un pezzo di carta. La differenza tra uno scrittore e una persona qualunque è che lo scrittore trasmette l’idea esattamente come la immagina, mentre se prendiamo alcune persone non sanno scrivere neanche per se stessi: scrivono appunti o post-it che una volta riletti non sono neanche in grado di interpretare. E se non sa cogliere il significato chi scrive un testo, figuriamoci se ci riuscirebbe un estraneo — leggasi lettore. Per intenderci sono quelli che: “ma no, qui io intendevo che…”. Se me lo devi spiegare significa che quello che hai scritto non me l’ha spiegato.
   Il divario percettivo viene messo in pratica con diverse abitudini stilistiche:

  • 2.1 Divario linguistico
    Il divario linguistico è tipico degli scrittori in erba e si divide in due categorie a seconda dei termini: arcaici o ricercati.

       Il divario sui termini arcaici è un ritornello che trovo spesso nei testi più disparati. Una lunga sequela di “Esso/Essa…”, “Il quale/La quale…”. Cose che neanche a mio nonno sentivo pronunciare. Per non parlare di ripetitive e primitive elisioni delle particelle pronominali (di eccessiva diffusione). Ma questi sono solo alcuni degli esempi. Se leggete un testo e notate parole che, nel parlare comune, non mettereste mai in bocca a nessuno, be’ avete trovato il divario linguistico arcaico. Della serie: non scrivere come un cane, però parla come mangi.
       Il divario sui termini ricercati si concretizza in una serie di paroloni intangibili che manco il dizionario De Mauro e l’Accademia della Crusca saprebbero utilizzare una così ampia gamma di vocaboli. A volte coincide con il divario sui termini arcaici perché i più bravi sperimentano le combo con parole altisonanti e desuete. Ancora una volta, parla come mangi e non prendere esempio dal tizio del segreto 13000 su insegreto.it.
       Entrambi i divari fanno sì che il testo sia poco scorrevole e difficile da maneggiare da parte del lettore che si trova in una continua corsa a ostacoli per rincorrere l’altezzosa mania dell’autore. Per risolvere questi problemi è consigliabile smetterla di porsi su un piedistallo iridescente per mettersi in mostra come una vamp allappata e scrivere più come si parla. Il segreto è scrivere come se stessimo raccontando la storia a un nostro amico: siamo al bar, magari davanti a una birra, e gli raccontiamo la nostra storia. Questo approccio può anche avere un effetto negativo e opposto perché si potrebbe tendere a prendere confidenza con il lettore anche quando non serve, ma tenete da parte l’approccio e fate tesoro dello stile.

    “Ciò che risulta scorrevole da leggere è dannatamente difficile da scrivere” diceva Nathanael West. Non prendete la via più breve, prendete quella più sicura.

  • 2.2 Divario scenografico
  • Il divario scenografico è molto comune agli scrittori esordienti: hanno in mente una storia bella ma la raccontano nel modo sbagliato, non facendo luce sugli aspetti giusti. Fare luce non è un modo di dire che ho scelto a caso. Immaginiamo che il lettore, quando legge il libro, sia in una stanza buia. Oh certo, sa com’è fatta la porta (copertina) e ha letto le scritte sopra; sa com’è l’edificio al di fuori, quant’è grande a occhio; magari si è pure informato sul proprietario (copertina interna o quarta copertina). Non appena comincia a leggere però entra nella stanza, si chiude la porta alle spalle e… buio. Ora ci sono lui e l’autore e ci sono solo due possibilità: che decida di parlare al lettore nel buio (tell) o accenda la “torcia magica dello scrittore” (show) l’errore è sempre dietro l’angolo.

       Ad esempio, nel primo caso, lo scrittore può parlare e divagare quanto vuole della sua storia, ma se non sarà preciso, fin quando non parlerà dei particolari giusti, il lettore continuerà ad interromperlo per fare domande. In questo caso sarà molto probabile che, invece di ascoltare il narratore, si faccia domande in testa e si perda nei suoi ragionamenti. Nel secondo caso invece la torcia del narratore non illumina i particolari giusti, sorvolando su alcuni dettagli fondamentali. L’autore ha ben presente come ha arredato la stanza, magari scegliendo uno stile e una precisa disposizione degli oggetti. Il lettore però può vedere solo ciò che è illuminato e mostrato dal narratore: deve illuminare ciò che serve alla storia, evitare di saltare di qua e di là con la luce, spegnerla e accenderla senza motivo ecc. Ci siamo capiti no?

  • 2.3 Divario convettivo:
  • Ora, visto le premesse che ho fatto nell’articolo principale (per intenderci la parte in cui parlo della volatilità della mia memoria), qui avrebbe dovuto esserci qualcosa. Senza dubbio era qualcosa di importante dato che l’ho segnato sulla bozza dell’articolo. La mia memoria però si rifiuta di collaborare e quindi, come spiego con la figura qui sotto, tornerò sull’argomento quando il mio cervello si toglierà di torno quella musichetta fastidiosa di sottofondo.

7 commenti su “Le cose che mi sconvolgono… [PARTE 2]”

  1. Dovere Alessandro, puro e semplice dovere. Arriverà il giorno che, aprendo un libro di un autore italiano e leggendo l’incipit, non mi verrà mal di stomaco. Ma quel giorno ora è ancora lontano. 🙂

  2. Come ti ho detto prima, approcciare le persone con la tua storica “sensibilità” è la parte che adoro di più. In quanto a quello che ho letto, condivido pienamente 😉

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