LA SETTIMA FACCIA: CAPITOLO PRIMO 2. BIFRONTE

LA SETTIMA FACCIA_CAPITOLO PRIMO_2. BIFRONTE

«Ma che diavolo…» disse Pietro. «Non- Non è possibile». Sgranò gli occhi e studiò il risultato del dado. «Non è possibile.» ripeté a bassa voce, quasi fra sé. Allungò la mano a prendere il dado con le dita, lo strinse in pugno e sentì una leggera scossa formicolargli su per il braccio in un guizzo. Percepì il tempo rallentare e stendere il proprio tessuto elastico teso tra due forze sovrumane. Dopo qualche secondo avvertì una sorta di rilascio, paragonabile a una macchina che inchioda di fronte a un gatto che attraversa la strada in piena notte. Non si rese del tutto conto di quello che avveniva, ma lo lasciò con una sensazione simile alla leggera scossa che scatena la pelle d’oca. Sentì il dado vibrare fra le dita e cominciò a vedere sfuocato.

Fissò il pavimento sbattendo più volte le palpebre: gli occhi bruciavano come dopo ore e ore di videogame. Alzò lo sguardo e gli sembrò di guardare attraverso un vetro smerigliato. Riusciva appena a riconoscere i volti sfocati degli amici che lo guardavano. Si sentiva proiettato al di fuori del proprio corpo, incapace di reagire. Con un grande sforzo fece un ultimo tentativo di restare aggrappato alla realtà cercando di agguantare i nomi di quei volti che sgusciavano dalle mani come saponette bagnate.
Avevano tutti gli occhi puntati su Pietro quando Samuele dichiarò: «Acetone!»
Pietro riemerse da quello stato confusionale, tutto si rimise a fuoco e la realtà riprese i sui contorni solidi.
«Enoteca.» ribadì Samuele, come se avesse espresso un concetto logico coerente. Si mise in bocca una patatina e la sgranocchiò nel silenzio e nell’incredulità generale.
Sara fece per dire qualcosa, ma fu interrotta da un tuono. Marina schizzò in piedi con una mano al petto e bianca dalla paura. Il fragore era distante e somigliava al rumore di una gigantesca pietra da macina che rotolava fuori dall’abitazione.
Alan si cacciò una mano in tasca e tirò fuori il suo nuovissimo smart phone ultratecnologico. «Colpa mia, non avevo messo il silenzioso.» spiegò.
Marina lo fulminò con uno sguardo di rimprovero. «E quella sarebbe la tua suoneria?» gli strillò quasi in faccia.
«Solo quella dei messaggi. Vuoi sentire quella per le chiamate? Che poi sono personalizzate: posso associare una suoneria diversa a ogni contatto, a una particolare ora del giorno o evento.» Mentre parlava sfiorava lo schermo e sfoggiava un sorriso spavaldo a ogni pausa. «Volendo potrei associarle anche al meteo: pioggia, sole, nuvoloso. Con la mega banda di connessione a internet 4G…»
«E hai in tasca un altoparlante per concerti? Diavolo, mi hai fatto prendere un colpo.»
«Oh finiscila. Questo gioiellino ha delle casse stratosferiche. Altro che quelle robette che comprate voi». Premette lo schermo e il cellulare riprodusse lo spiaccichio riverberato dell’intro di una delle più famose canzoni della world music anni ’80: Africa dei Toto.
«Roba da madri cinquantenni frustrate con i capelli rosso mestruo e la faccia lampadata eh?» lo apostrofò Sara.
Alan le rispose con una smorfia e spense la musica. «Ah-ah divertente» minimizzò. «Sai essere divertente come una matita su per il-»
«Ragazzi,» disse Marina richiamando l’attenzione. «Possiamo smetterla di fare i bambini e mettere in ordine? Io domani devo…»
«Devo alzarmi presto per andare al lavoro.» finì per lei Alan in una cantilena lagnosa. «Tu devi sempre alzarti presto per lavorare, lo sappiamo.»
Pietro era ancora un po’ scosso dall’accaduto e non badava molto agli altri; non riusciva a credere a quello che era successo, tanto che teneva ancora stretto in pugno il dado. Ma doveva sapere. Doveva sapere se era tutto un sogno, se se lo era immaginato, se era un brutto scherzo.
Impaziente e agitato approfittò del battibecco e aprì la mano in un gesto lento. Le facce del dado erano tutte lì e riflettevano la luce attraverso le venature giallo canarino. Le cifre incise sulle superfici erano quelle di sempre: 4, 2, 6. Lo rigirò incredulo tra le dita: 5, 3, 1. Lo girò di nuovo, e poi ancora, e ancora. Niente, nessuna traccia del 7.
Alan lo aveva tenuto d’occhio. «Che fine ha fatto il sette?» domandò scocciato. «Mi prendi per il culo Pietro? Ti sei portato da casa quel tuo dado truccato per divertirti?»
Pietro fece per ribattere, ma era ancora frastornato. Alan continuò: «Be’, è stato divertente. Magari eri anche d’accordo con gli altri!». Lo guardò di sottecchi. «E poi questo vostro gioco. Vorrei proprio sapere dove cavolo l’avete preso. C’è l’ha un manuale d’istruzioni?». Fece una pausa e guardò l’accendino. «Mah, io vado fuori a fumare». Così dicendo sì alzò e uscì mormorando: «Gabbia di matti.»
Sara guardò Marina e Pietro un po’ imbarazzata. «Scusatelo,» disse «sapete come è fatto. Ogni tanto sbrocca».
Marina le sorrise. «Non preoccuparti». Poi, vedendo che cercava di rimettere ordine le disse: «Vai pure, sistemiamo noi.»
«Grazie ragazzi, ci vediamo domani». Li salutò e uscì.
Pietro e Marina rimasero soli in compagnia di Samuele e delle sue patatine.
«Quel cretino di Alan e la sua lingua lunga…» disse Marina. Poi sembrò reagire come folgorata da un’idea brillante. «Comunque non ha tutti i torti: mi sono fumata qualcosa o prima è uscito davvero un 7? Il tuo portafortuna è truccato?»
«È solo un dado normale.» si difese Pietro mostrandole le facce. «Non capisco cosa sia successo.»
«In ogni caso questa carta ha qualcosa che non va». La prese in mano e la esaminò. «Domani scrivo una mail a quelli del gioco.»
Crunch
I due si voltarono verso Samuele sorridendo. Pensavano stesse mangiando, ma l’ultimo pacchetto di patatine giaceva sul tavolo e Samuele se ne stava beato a guardarli.
Crunch Crunch
La bocca di Samuele era rimasta ferma e lui scrollò le spalle come a dire: “Che volete da me?”
Crunch
Il rumore veniva da sotto il tavolo. Sembrava che qualcuno stesse mordendo delle patatine, o forse le stava calpestando.
I tre si irrigidirono scambiandosi sguardo timorosi. Nessuno sapeva esattamente come comportarsi e restarono per qualche momento piantati sulle loro sedie a fissarsi come giunchi. Presero coraggio e guardarono con cautela sotto il tavolo.

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