Il profumo del film (racconto)

[PREMESSA: È un racconto senza troppe pretese. Inoltre stendiamo un velo pietoso sulla formattazione visto che adattare il testo ad una pagina internet sarebbe lungo e complicato. E per niente gratificante. Buona lettura.]

Davano un film in anteprima nazionale in una di quelle modernissime multisala di ultima generazione. Era uno di quei polpettoni strappalacrime della serie “duri a morire” a giudicare dal numero di sequel che avevano fatto, quindi era anche uno di quei film che la propria fidanzata ti costringe a vedere perché “Oh amore, è così romantico, non riesco a trattenere le lacrime quando penso al finale dell’ultimo film”. La mia fidanzata non era certo diversa dalle altre, di conseguenza mi sarei dovuto sorbire un’abbondante ora e mezza di struggenti scene d’amore e di baci infuocati sullo sfondo di tramonti da sogno.

«Amo, ricordati di prendere i popcorn.»
«Certo tesoro» mi affrettai a rispondere. Ero in coda per il biglietto e già mi ero pentito di averla accompagnata. Non potevo dirle di venire con le sue amiche? Beh, ormai ero lì, quindi…
Feci la fila alla biglietteria con pazienza e dopo un lasso di tempo che mi sembrava infinito recuperai i biglietti e mi avviai al chiosco dei popcorn dove un’altra estenuante fila mi aspettava. Così dopo una buona mezz’ora avevo acquistato anche uno striminzito sacchettino di quelle che potevano solo essere misere copie di popcorn.
«Certo che ce ne hai messo di tempo eh?» sentenziò subito Marta con un’aria imbronciata. La guardai di traverso con uno sguardo tagliente ma il sorriso sulle labbra.
«Ci ho messo tanto perché c’era parecchia coda» le risposi cercando di mantenere il mio tono il più neutro possibile per mascherare la mia insofferenza «Sai che odio le code.»
«Lo so, lo so. Stavo solo scherzando amore. E so anche che preferiresti essere da qualsiasi altra parte piuttosto che essere costretto a vedere questo…»
«Ti sbagli» la interruppi «È vero, hai ragione. Non mi piace per niente l’idea di vedere questo film ma…» ma cosa? lasciai la frase in sospeso nell’aria. Volevo essere da un’altra parte ma guardarla, dritto in quei profondi occhi nocciola che le facevano brillare il viso, mi fece sgorgare le parole dalla bocca senza pensarle «…ma sono qui per te e con te. Non m’importa di nient’altro.»
Mi sorrise e io lo ricambiai in modo naturale e sincero, poi le carezzai dolcemente la mano intrecciando le mie dita con le sue. Ci avviammo insieme verso la sala, mano nella mano, senza parlare; non c’era alcun bisogno di esprimersi con le parole quando potevamo comunicare con le nostre anime. Potevamo anche non trovarci d’accordo su molte cose, ma in quei semplici istanti che passavano tra le parole e i silenzi, tra il contrasto dei nostri pensieri e la riappacificazione dei nostri sguardi, eravamo un tutt’uno.
Entrammo in sala a cercare i nostri posti e ci sedemmo tra le molte altre coppiette che affollavano l’auditorium, proprio davanti ad una fila di ragazzine eccitate e un poco chiassose che ravvivavano l’atmosfera sdolcinata che regnava ovunque.
«Grazie per essere qui» mi sussurrò all’orecchio Marta mentre si avvolgeva affettuosamente intorno al mio braccio destro sporgendosi dal suo posto. Mi sfiorò con un leggero bacio sulla guancia e io risi di gusto dentro di me. Non so per quale motivo mi veniva da ridere ma probabilmente ero solo felice, di lei, della sua compagnia e di come si approcciava sempre al mondo in quel modo ottimista e gradevole, mai esagerato.
Mangiammo in silenzio i nostri popcorn scambiandoci occhiate d’intesa e risate strozzate mentre osservavamo divertiti la ragazzine davanti a noi che si scambiavano buffetti e ridacchiavano tra di loro dopo essersi confidate chissà quali segreti.
Dopo pochi minuti la sala scese lentamente nel buio e nel silenzio dell’inizio della proiezione. Il film non era neanche poi così brutto come pensavo, un po’ scontato forse, ma tutto sommato digeribile; tanto che, verso la fine del primo tempo, avevo contato solo tredici sbadigli e nessun tentativo da parte dei miei occhi di addormentarsi. Veramente un ottimo risultato, potevo essere fiero di me!
A quel punto però successe quello che non avrei mai creduto. Le luci si erano riaccese da poco in sala e Marta mi fissava con quella sua adorabile aria pensierosa, con la testa leggermente inclinata sulla sinistra. Era un suo piccolo vizio quello di tenere quella postura obliqua mentre oliava gli ingranaggi dentro quella sua testolina. La guardai un po’ intimorito mentre conficcava il suo sguardo penetrante in un punto imprecisato del mio viso. Si alzò in piedi e mi lasciò letteralmente di stucco
«Andiamocene» dichiarò continuando a fissarmi. Pensai di non aver afferrato bene il concetto oppure dovevo aver sentito male.
«Co… cosa?» balbettai ancora incredulo
«Ho detto andiamocene» ribadì sicura di se «Su, andiamocene da qui.»
«Ma… amore, ti senti bene?» cercai di ribadire «Il film è solo a metà. Sono settimane che aspetti questo momento e adesso vuoi dirmi che ce ne andiamo a metà film?»
Dovevo avere un’aria veramente buffa perché lei rise di gioia.
«Dai, non prendermi in giro» disse porgendomi pazientemente la sua mano aperta «Vieni…»
Non capivo, non riuscivo proprio a capirla. Erano settimane che mi tormentava per portarla a vedere quell’anteprima nazionale e ci teneva tantissimo. Era proprio fuori di testa a volte; però era questa sua forza di spostare il treno della sua vita sui binari che preferiva una delle tante cose che mi aveva fatto innamorare di lei.
«D’accordo» le risposi rassegnato «Non so cos’hai in mente e quando non so cosa ti passa per la testa ho paura. Perciò andiamocene prima che tu ti penta.»
Mi alzai e insieme sgattaiolammo fuori dalla sala mano nella mano prima che tutto ripiombasse nel buio del secondo tempo. Quando fummo all’aperto mi fermai e trattenni Marta per la mano mentre lei andava tutta spedita verso la macchina.
«E ora?» chiesi un poco stordito. Lei non disse niente ma rimase impassibile e sorridente nella luce pomeridiana, facendomi cenno con la testa di seguirla in macchina. Poi, vedendo che non mi decidevo a muovermi, disse «Voglio farti una sorpresa…»
«Che genere di sorpresa?»
«Che domanda stupida!» ribatté scocciata «Secondo te, se te lo dico che sorpresa è?»
Non aveva tutti i torti. La seguii senza dire una parola, salimmo in macchina e lei guidò in silenzio. Una decina di minuti dopo si fermò davanti alla chiesa della frazione San Paolo. Era una costruzione molto vecchia, con un grande edificio grigio che sorgeva a pochi metri di distanza: la chiesa abbandonata e il cinema in disuso dell’oratorio.
«Cosa ci facciamo qui?» domandai impaziente. Lei, senza dire una parola frugò nel vano del cruscotto e ne estrasse un mazzo di chiavi.
«Guardiamo un film» rispose tranquillamente, come se nulla fosse. Poi scese dalla macchina e attese che io facessi lo stesso.
«Non capisco Marta…»
Lei si diresse a passo spedito verso l’ingresso del vecchio cinema e, mentre la seguivo con lo sguardo inebetito, con le chiavi prese in macchina aprì le porte.
Mi fece cenno di seguirla. Doveva essere impazzita ma la seguii cercando di non arrovellarmi troppo. Un film? Al vecchio auditorium? Quell’edificio era così in disuso che avrebbe anche potuto essere abitato dagli zombie de “La notte dei morti viventi” di Romero.
La raggiunsi e una volta dentro vidi che nulla era cambiato dall’ultima volta che ero stato lì: nessuno strano essere a sorvegliare l’entrata; il profumo di sottofondo che i pop-corn avevano lasciato come regalo si mescolava a quello di carta vecchia; la locandina de “La ciociara” e quella della rappresentazione teatrale de “Il mercante di Venezia” capeggiavano trionfali su due cartelloni ingialliti. Certo, l’ambiente era sempre lo stesso. Ora però la moquette aveva raggiunto una degradazione paragonabile solo a certe carcasse di animali morti nel deserto. Le cartacce invadevano quasi tutto e le scritte sui muri la facevano da padrone.
«Volevo portarti qui dopo il film ma non ho resistito» mi disse mentre ci incamminavamo nella sala di proiezione «Le tue parole erano dolcissimi e volevo sdebitarmi.»
Quando entrammo nella piccola stanzina da dove venivano proiettati i film mi bloccai estasiato. Il proiettore, tutte quelle sue bobine, le pizze sugli scaffali, l’odore prepotente di polvere e quello acre dei macchinari. Era un’estasi dei sensi.
Marta sistemò la pizza che aveva scelto sul proiettore sbrogliando la pellicola e inserendola tra i rulli.
«Ti amo» mi sussurrò mentre spegneva la luce ed azionava il proiettore che, con i suoi lenti ticchettii e sfregamenti, rendeva ancora più magica l’atmosfera.
Il vero spettacolo poteva cominciare.