365 D.o.W. – Week 1

Premessa: il progetto 365 D.o.W. prevede la scrittura libera e quindi necessita di una produzione il più possibile serrata. I testi che potreste leggere saranno con buona probabilità poco curati per aspetto e contenuto.

Week 1

Amelia sorseggiava il suo caffè.
Seduta alla scrivania osservava il fumo caldo salire dal caffè ascoltando il monotono ronzio della ventola del PC che arrancava nella polvere. Sul monitor il browser mostrava la pagina principale di SocialBook, zeppa di notizie confuse, vignette satiriche, gente che sbraitava o metteva in piazza i propri drammi personali. Nessuna di queste cose però attirava la sua attenzione. Aveva la mano poggiata a lato della tazza, assaporando il piccolo piacere del tepore che lasciava trapelare, lo sguardo annoiato, perso nel vuoto. Nel fumo di quel caffè. Se lo portò alle labbra con lentezza disinvolta, ne assaporò il sapore amaro privo di zucchero.

Il cellulare trillò una melodia sintetizzata che la fece sobbalzare sulla sedia. Sbatté la tazza sulla superficie della scrivania facendola cozzare con un rumore sordo. Sbuffò la sua frustrazione e osservò l’oggetto malefico che vibrava per diversi squilli muovendosi a scatti, un soldato che striscia a terra in trincea zigzagando e avvicinandosi impavido al margine del piano di lavoro. Lo afferrò prima che potesse compiere un gesto di follia suicida buttandosi di sotto e guardò il display lampeggiante. Stefano. Che palle, perché doveva sempre rompere?
Pensò di non rispondere, era contrariata e non le andava di passare dalla noia ad un’incazzatura bella e buona. Recuperò la tazza e bevve un sorso. Il telefono non diede alcun segno di cedimento continuando la sua ostinata vibrazione tra le sue dita.
Quel testardo non demordeva. Emise un profondo sospiro, represse una parolaccia decisamente poco carina e sbloccò il telefono per rispondere alla chiamata.
«Moshi moshi!»
«Cazzo-vuol-dire mosci mosci? Che è? Ti odio Amy.»
«Anche io ti voglio tanto bene Ste». Almeno il piccolo siparietto l’aveva messa di buon umore.

«Sì certo, cretina». Il suo tono era ironico, con quella punta di sarcasmo pungente giusto per mantenere la tipica sfacciataggine che gli dava quel tocco irritante che lo contraddistingueva. «Beh senti, non fare la scema, ok? Che fai di bello, ti disturbo?»
«No, non disturbi». Cercò di nascondere tutta l’acidità che gli era montata dentro, ma forse non ci riuscì molto bene.
«Abbiamo una gran parlantina oggi, eh?»
«Senti Ste, è stata una lunga giornata e sono stanca, sono amebica, sono…», già, cos’era? Cominciava a sentire il peso di tutto incombere. Il carico della vita che faceva pressione sulle spalle e nella testa come la morsa di una pressa industriale.
«Dai, non fare scema.»
«Sempre parole dolci e di conforto le tue.»
«Dai che ti tiro su un po’ il morale». Lasciava trapelare un tono concitato che lo faceva passare per un bambino sovraeccitato di zuccheri in attesa di poter raccontare a qualcuno lo scherzo del secolo fatto con i suoi compagni.
Si buttò indietro sulla sedia rilassandosi sullo schienale di pelle che la accolse frusciando e sbuffando. «Dai, sputa il rospo. Lo sento da qua che hai qualcosa. O hai toccato il fondo del barattolo gigante degli orsetti di gomma oppure-»
«È uscito un nuovo video sul canale di Sabba. Oddio, ero eccitatissimo, dovevo dirlo a qualcuno. C’è la recensione del nuovo gioco di RubiSoft. Sono stato tre quarti d’ora in contemplazione, sai che i suoi video sono sempre lunghissimi. Io lo adoro quel genio, me lo sposerei.»
«Ehi,» lo interruppe prima che partisse troppo per la tangente. «vacci piano a mettere in piazza così la tua omosessualità latente.»
Stefano, dall’altro capo del telefono si lasciò sfuggire un grassa risata. «Beh, comunque devi vedertelo.»
«E mi hai chiamata solo per questo?»
«Sì, te l’ho detto che dovevo dirlo a qualcuno.»
«Va bene lo vedrò.»
«Ci conto! Poi fammi sapere cosa ne pensi.»
Si salutarono e Amelia riattaccò. Stefano era sicuramente un ficcanaso, un irriducibile scassa palle. Aveva sempre pensato a lui come uno di quei venditori di rose che ti si accozzano il sabato sera quando sei al pub con gli amici a prendere una birra, oppure a cena, un appuntamento con un bel pezzo di manzo, esci per una sigaretta o una boccata d’aria e ti ritrovi ingaggiata in una battaglia all’ultimo sangue. I venti minuti più snervanti e infiniti della tua vita, mentre il tizio con l’accento peggiore che tu abbia mai sentito cerca di rifilarti un numero di rose sempre maggiore ad un prezzo sempre più ridicolo. In realtà Stefano era un bravo ragazzo tutto sommato, però…
Osservò la tazza di caffè. La tazza ricambiò lo sguardo accigliato. Tutto quel guardarsi le fece balzare un’idea malsana in testa. Si avventò sulla tastiera del computer, aprì l’editor di testo ed iniziò a scrivere.

“Adelia se ne stava poggiata al parapetto in ferro che affacciava sulla valle sottostante dove il fiume scorreva distratto tra gli argini scoscesi scavati nel tempo. Sotto di lei le scale scendevano conducendo al ponte che collegava la città vecchia con la parte superiore. Il cielo cupo traboccava di nuvole lasciando intravvedere solo una porzione di luna che illuminava i vicoli e dipingeva morbide ombre dall’aspetto tetro.
Si guardò intorno; non c’era segno di vita per le strade e solo una morbida brezza le carezzava il viso. Si strinse al collo la sciarpa, lisciò la tunica della Chiesa a disagio. Nonostante l’aria non fosse troppo fredda un brivido le solleticò il fianco. Le belve potevano essere ovunque, in agguato dietro gli angoli in attesa di qualche disgraziato che passasse di lì o in gruppi di ronde intenti a pattugliare le strade della città, in un comportamento probabilmente dettato da antiche memorie di una vita umana dominata dal raziocinio, ma ormai sepolta al di sotto della bestialità.
Sentì dei passi leggeri scendere rapidi la scalinata alle sue spalle. Si girò fulminea, lasciandosi sfuggire un sussulto con un acuto isterico. La mano destra scese al fianco in un gesto istintivo, pronta a brandire l’elsa del bastone filettato. I passi rallentarono, quasi svanirono nel fruscio del vento, scomparvero per qualche secondo, poi ripresero. Il cuore le pulsava in gola, la mano tremò sfiorando l’arma che portava alla cintola in una serie di brevi tremiti.
Arrivavano, le belve avevano sentito il suo odore? Erano lì per lei? Qualcosa la indusse a pensare di non essere stata troppo attenta, di essersi lasciata sfuggire un dettaglio, di non aver coperto bene le sue tracce. Ripercorse mentalmente la strada che aveva fatta in città per arrivare fin lì, cercò di ricordare tutti i dettagli, ogni singolo gesto, ogni singola bestia straziata lungo il cammino. La scia di caduti che l’aveva portata fin lì era stata lunga. E spietata, traboccante di schifoso sangue impuro.
Lo scalpiccio si fece più pesante e sempre più celere. Alzò la mano sinistra e la infilò sotto la sciarpa afferrando la piccola fiala vuota utilizzata durante il rituale della purificazione. Soffocò l’amuleto che portava al collo in una stretta convulsa: nonostante i guanti riusciva a percepirne il freddo statico del vetro. Cercò di farsi forza appellandosi alla preghiera, sforzandosi di trovare il conforto e la calma nella fede, nel sangue curativo. La benedizione che portava dentro di sé.
Un ombra traballante, ritagliata dalle alzate dei gradini, si affacciò sulla scala che scendeva fino all’altro capo della terrazza dove si trovava. L’ombra scese gli scalini accompagnata dal tamburellare ritmico dei passi sulla pietra. Adelia prese fiato e strinse l’arma pronta ad estrarla. Attese qualche istante immaginandosi la scena, cercando di cogliere tutti i particolare dell’ambiente circostante per poterli sfruttare durante il combattimento. Affilò i sensi allentando la presa sul feticcio al collo, sganciò il bastone dalla vita, fece qualche passo tenendosi rasente il muro e si inginocchiò pronta a scattare. Quello schifoso sarebbe sbucato dalla scala da un momento all’altro e lei lo avrebbe colto di sorpresa; le bestie immonde sapevano essere letali in un corpo a corpo, ma erano altrettanto stupide.
L’ombra saettò lungo i gradini seguita dalla figura incappucciata che la proiettava. Una bestia ammantata? No, forse troppo piccola per esserlo. Un rivenditore di morte? Possibile forse, ma tutto stava succedendo in un attimo e non riusciva a vedere il tipico sacco che avrebbe dovuto portare sulle spalle. Balzò in avanti verso il bersaglio che stava ormai a pochi passi da lei, senza pensarci, con la mente sgombra, un’agilità sorprendente e una velocità terrificante, l’arma pronta a compiere il suo arco di morte e penetrare le carni in profondità. Lo scatto non impensierì minimamente la belva che non sembrò neanche registrare la cosa, continuando la sua discesa verso il fondo della scala sugli ultimi gradini. Finì di percorrere la rampa e toccò il pianerottolo nell’istante in cui lei arrivava a tiro per colpirla.
Con un guizzo elegante fece pressione sul terreno, i muscoli della gamba destra si flessero in un movimento armonioso librandola in volo pronta a piombare sul bersaglio con tutta la forza della carica. Era il momento di trafiggere le carni di quel ricordo di umanità e mettere fine alla faccenda. Il braccio si alzò permettendo all’asta di disegnare una traiettoria di luce nell’aria. Nell’istante successivo la sua mente percepì a stento ciò che accadeva: il cappuccio della figura che si scostava quel tanto che bastava per intravederne il luccichio degli occhi, l’avambraccio che si alzava a parare il colpo con un tintinnio metallico, il movimento repentino della figura che scivolava fuori dalla sua visuale lasciando dietro di sé solo il mantello.
Tentò di guardarsi in giro per capire dove fosse finito quel sudicio, ma non vide nulla. Girò la testa per guardasi dietro, ma un braccio le si avvolse attorno al collo e la costrinse a stare immobile, un ginocchio conficcato nella schiena che le impediva qualsiasi movimento. Cercò di divincolarsi, ma fu tutto inutile; cercò di parlare senza risultato, solo un mugolio strozzato.
«Non ti muovere gioia,» disse una voce calda al suo orecchio. «nervosetta oggi?»
Quella voce la terrorizzò gelandole il sangue. Una belva che parlava in quel modo quando di solito non andavano oltre i grugniti o qualche ringhio sommesso. Anche se fossero stati dei paesani contaminati dal morbo avrebbero comunque blaterato qualcosa riguardo al fatto che la città era in rovina per colpa dei Cacciatori, o avrebbero accennato al fatto che la morte l’avrebbe colta a breve. Quindi cosa significavano quelle assurde parole, soprattutto fuori contesto considerato i termini scelte per dirle. Era stata presa alla sprovvista : la trappola che aveva preparato le si era ritorta contro. Oltretutto la figura incappucciata era stata rapidissima, quasi sovrannaturale. Non ci capiva più nulla e troppi pensieri confusi le si accartocciavano in testa.
«Hey, abbiamo una gran parlantina oggi, eh?».
Cercò di nuovo di parlare, di rispondere qualcosa anche se era molto confusa, ma la morsa al collo le bloccava anche il respiro. Che fosse un Cacciatore? Ma non aveva senso anche se… Certo non poteva essere uno dei Corvi: i Cacciatori di Cacciatori non avrebbero mai osato attaccare un membro della Chiesa della Cura. Ma poteva essere un Cacciatore di Belve, forse uno dei discendenti dei primi Cacciatori. Solo uno degli allievi della vecchia scuola avrebbe saputo padroneggiare una tecnica di accelerazione dei movimenti simile. Beh, chiunque fosse l’aveva messa alle corde e gliel’avrebbe fatta pagare.
Alzò il braccio brandendo il bastone e, accecata dalla frustrazione, cercò di sferzare l’avversario che le stava alle spalle. Il suo colpo incontrò qualcosa di duro e ribalzò a vuoto. Troppo sopra il bersaglio per averlo colpito. Abbassò il braccio e riprovò in un’altra direzione andando a vuoto, azzardò un altro paio di colpi trovando sempre la strada sbarrata. Strattonò cercando di liberarsi, ormai sentiva le forze abbandonarla, il sangue fluire dalla testa. Si divincolò in un gesto convulso. Neinte.
Era stata sconfitta in maniera ignobile, umiliata senza dignità. Tutto il suo addestramento e la sua dedizione verso la Chiesa ora scomparivano di fronte all’ineluttabile verità di quella circostanza. Sarebbe morta di lì a poco, sentiva già la vista oscurarsi, rimpicciolirsi sensibilmente, poi sempre più, i polmoni svuotarsi.
Stava già per arrendersi alle convulsioni quando il braccio che le teneva il collo allentò la presa e senti i polmoni riempirsi di nuovo di aria. Boccheggiò e tossì in un attacco di spasmi. L’aria era buona, buonissima, la cosa migliore che avesse mai saggiato in vita sua. E faceva male, le grattava la gola come fosse stata piena di scaglie di ferro che le incidevano la carne. Avrebbe voluto smettere di respirare e al tempo stesso riempirsi d’aria fino a strozzarsi. Il braccio le stringeva ancora il collo, ma forse ora riusciva a…
«Chi- chi sei?» riuscì a dire prima che le si chiudesse la gola. «Cosa vuoi da me?»
«Ora ti sei calmata?»
Quella voce non aveva senso, eppure le sembrava di conoscerla. E poi aveva detto “calmata”, ma calmata di cosa? Era veramente frustrata e ribolliva di rabbia; si sentiva un fuoco nelle vene, tanto che se avesse avuto veramente lava che le scorreva dentro, avrebbe urlato ed eruttato tutta la sua ira. Non era stata lei ad imprigionarlo in una stretta mortale, però era anche vero che era stata lei ad attaccare per prima. Ma quello era un mondo spietato dove solo il primo che attaccava aveva la speranza di sopravvivere, di vedere l’alba del giorno della caccia. Cercò di mordersi la lingua per evitarsi qualche uscita poco galante.
La figura dietro di lei la lascò andare senza aspettare una sua risposta. Adelia si buttò in avanti, rotolò come meglio poteva rigirandosi all’indietro verso l’estraneo per non permettergli di sorprenderla un’altra volta. Si rialzò sulle gambe traballanti, portando tutto il peso sulle braccia poggiate sulle ginocchia. Alzò uno sguardo sbieco verso l’individuo che ora le stava davanti e, ancora piegata in due, lo osservò con l’unico occhio che le offriva una visuale tra i capelli che le cadevano in faccia. Il volto era coperto da un copricapo, non riusciva a riconoscerne i lineamenti in ombra, ma ne coglieva chiaramente la barba. L’uomo abbassò il cappuccio e rivelò i suoi aspetto lasciandola di sasso.
«Ma-»
La risposta dell’individuo fu una fragorosa risata che la fece imbestialire ancora di più.
«Sei tu? Che diavolo ci fai qui?» Si rialzò, usò la mano libera per portarsi i capelli all’indietro. Era proprio lui. «Sabba, che cavolo?…»
«Amelia, ma sei scema? Che cazzo dici? Sono Stefano». Le si fece incontro osservandola accigliato, come se avesse notato qualche suo particolare che non aveva mai notato prima di allora. Lei non reagì e lo lasciò fare, anche quando le arrivò vicino e le poggiò una mano sulla fronte. «Hai la febbre? A me non sembra.»
Soffiò come un gatto per difendere il suo territorio e gli tolse la mano dalla faccia con tutta la rabbia che aveva in corpo. «Vaffanculo ok?» Ora che lo osservava meglio i lineamenti allungati di Sabba, quel viso quasi angelico da essere preso a schiaffi, il ciuffo ribelle di una chioma rada, ma indomita. Tutto si era affievolito. «E il mio nome è Adelia, non so con chi tu mi abbia scambiato, non conosco questa… Amelia». Ora guardandolo meglio poteva notare i lineamenti un poco più taglienti, la barba più folta, i capelli più ordinati. Quello era decisamente Stefano. I due si somigliavano vagamente per alcuni tratti, tuttavia erano decisamente diversi. E poi c’era qualcosa di strano, come se le due immagini fossero sovrapposte, due fogli di carta velina che continuano a vibrare a intervalli regolari di tempo.
«Stefano, potresti smetterla di essere il solito,» caricò una colossale parolaccia che accumulò in bocca sottoforma di aria gonfiandola a mo’ di pesce palla. «cretino, guastafeste. Stupido! Devi sempre rovinare tutto!»
Lui la squadrò sprezzante, dall’alto del suo metro e novanta. «Non ti smentisci mai neanche tu, signorina perfettina.»
Come… osava trattarla così, neanche fosse stata l’ultima delle pezze da piedi? Strinse il bastone tra le dita sbiancandole fino a sentire male, i denti le scricchiolarono pericolosamente in bocca. Socchiuse gli occhi, prese fiato, li riaprì.
«Puoi-». Le era uscito un po’ troppo acuto. Ancora troppo risentimento. Fece una pausa mentre lui la guardava più che altro incuriosito, respirò a fondo. Riprese a parlare solo quando fu di nuovo sicura di aver ristabilito il controllo. «Potresti, gentilmente, se non ti da troppo fastidio, cercare di immedesimarti di più nel personaggio in modo da rendere la situazione più realistica e la trama coerente con quello che sto cercando di scrivere?». Fece un inchino regale fingendo di alzare con le mani i lati di un lungo vestito. «Tutto questo è-» fece un gesto ad indicare l’itera situazione che si era venuta a creare. «è ridicolo dai. E poi perché mi hai attaccato a quel modo? Potevo morire soffocata!»
Lui poggiò le mani sui fianchi immedesimandosi in una simulazione statuaria dell’eroe che non era. «Veramente sei stata tu ad attaccarmi per prima, carina. Non era forse la risega del tuo bastone filettato a essere puntata dritta dritta verso il mio petto? O mi sbaglio?»
Non aveva tutti i torti, in effetti era stata lei ad avventarglisi contro credendo che fosse un belva.
«D’accordo su, per questa volta cerco di fare il serio.» disse lui con un sorriso faraonico. Togliendola dall’impiccio di dover rispondere a quelle scomode accuse. «Preparati,» Le fece l’occhiolino malizioso, mentre il suo sorrisetto già si trasformava nella tipica virgola smorfiosa di Sabba. «l’attore sta per entrare in scena.» Rispose al suo inchino di poco prima con uno altrettanto pomposo e animato, canzonandola in modo plateale. Si bloccò chinato a metà e lì rimase.
Lei lo osservò per un lungo minuto chiedendosi cosa diavolo mai avesse in mente o quale diavoleria stesse architettando, prima di arrischiarsi a rivolgergli la parola.
«Stef-» Stava andando verso di lui, ma si bloccò con la mano alzata a mezz’aria. «Sabba? Che succede?»
L’uomo non rispose, se ne rimase lì immobile, chinato a testa bassa al centro dello spiazzo senza muovere un muscolo, i capelli bruni cullati dall’aria smossa.
«Sabba?» disse, forse più a se stessa, cercando di attirare la sua attenzione. Solo ora aveva la possibilità di osservarlo con calma e nella sua interezza. Portava una strana corazza di piastre fatta da sottili lamine che scendevano sinuose aderendo al corpo come seta, un leggero mantello raccolto sulla spalla sinistra. Sotto la vita le piastre proseguivano per poi lasciar spazio a quello che doveva essere, o era stato, un lungo manto nero, ma che in realtà sembrava essere composto da una serie di stracci ritti e ritorti come piume elettrizzate. Si avvicinò a lui cauta.
«Ehy, tutto ok?.»
Lui si riscosse dalla pietrificazione e alzò la testa. «Ragazzi,» Sorrise sincero, caldo dentro come il sole d’autunno sul filo dell’orizzonte. «welcome back, fellow hunters». Si rialzò in piedi. «Ci siamo.»
Adelia rimase a fissarlo sbalordita. «Ra- Ragazzi? Ma con chi ce l’hai?» Non capiva un’accidenti di quello che stava blaterando: con chi stava parlando? C’era solo lei lì. Si guardò in torno come ad assicurarsi di non essere ammattita. Naturalmente era sola e questo se da un lato la rassicurò sul non essere completamente uscita di testa, dall’altro la gettò ancor più nello sconforto per quelle parole sconclusionate. Di cosa aveva parlato, cos’altro aveva detto? Qualcosa sul fatto di augurare il bentornato a dei Cacciatori e… non riuscita a ricordare. «Sicuro di stare bene, Sabba?.
Il suo sguardo serio la fulminò inchiodandola dove si trovava. «Sono Joel, conosciuto anche come Quello del Deserto sul web. Alcuni mi conoscono anche come Sabba…» ghignò massaggiandosi il pizzetto in un vezzo singolare che le ricordò più che mai Sabba. Ma che fine aveva fatto Stefano, e poi Sabba e poi adesso Joel e- che altro? Ricordava qualcosa sul fatto che l’ultimo alter ego di Sabba fosse un tizio chiamato Joel, ma…
«Sabba-» Si schiarì la voce. «Joel, tutto bene spero. Te ne stavi piegato lì» agitò la mano sul selciato disorientata, sconvolta. «fissavi il terreno.»
Joel-Sabba sospirò come fosse una cosa ovvia, talmente lampante che sarebbe stato impossibile non vederla. Eppure lei non coglieva il nesso. «Vedi? Guardati intorno,» Roteò distratto il braccio in un semicerchio a denotare l’area. «Guarda, osserva. Fantastico!»
Cercò di seguire con lo sguardo i suoi movimenti, cogliere ciò che indicava o perlomeno il significato. «Scusa, ma non io non vedo niente.»
«È perché non riesci ad afferrare lo spirito, la bellezza intrinseca racchiusa nell’anima.» portò la mano in altro stringendo il pungo e scuotendolo per ribadire il concetto con più enfasi. «Guarda, studia il terreno». Si prostrò di nuovo ed estrasse dalla tasca un piccolo oggetto luccicante che avvicinò al volto. «Bellissimo ragazzi, bellissimo». Scandiva le parole con un enfasi cadenzata.
Adelia decise che assecondarlo sarebbe stata la cosa migliore. Si fece più vicina, sollevò il margine inferiore dell’abito e si accovacciò in parte a lui. «Cos’ha il terreno di così particolare?»
Joel alzò lo sguardo su di lei. Il manufatto che aveva tolto dalla tasca si rivelò essere un monocolo tascabile che teneva premuto sull’occhio destro. La lente deformava il suo occhio facendolo apparire come un mostro deforme. «Vedi Adella, vedi? Guarda.» riabbassò la testa di scatto e la mosse in un andirivieni frenetico. «Osserva qui-», si spostò di scatto accosciandosi pochi metri più avanti. «e qui», ripeté il movimento in un altro punto. «e anche qui. Ora hai capito, vero?»
Non afferrava ancora, ma non era sicura che la rivelazione l’avrebbe mantenuto sulla strada dell’ottimismo che stava percorrendo. Decise comunque di seguire il suo istinto e chiedere spiegazioni: «Joel, io guardo, guardo, ma non capisco quale sarebbe l’intuizione.»
«Ma coma, è qui, sotto di noi, proprio qui». La guardò dritta negli occhi prendendole la mano in un gesto amorevole, quasi di conforto. «Adella, non ci sono ripetizioni evidenti! Capisci ora? Le texture non si ripetono. O meglio: se si ripetono non sono così evidenti. Grandioso! Stupefacente!»
In tutta risposta Adelia scrollò le spalle minimizzando la cosa. Era tutto sbagliato, fuori luogo, fuori contesto. La situazione le stava scivolando dalle mani come burro caldo in una padella rovente e più tentava di riacchiapparla, più peggiorava.
«Interessante.» fu l’unica cosa che le riuscì di commentare. Rimuginò qualche istante e aggiunse: «E poi perché mi Chiami con quel nome? Io mi chiamo Adeli-»
La parlantina di lui riprese come un tram in corsa e troncò sul nascere le proteste della donna. «E poi guarda questi dettagli ricercati, questa maniacalità dei particolari». Portò nuovamente il monocolo all’occhio. Si rialzò e puntò lo sguardo sugli edifici che li circondavano. «Guarda che bello: le luci, le ombre, l’atmosfera che ci circonda. L’ambientazione è a dir poco incredibile. Ragazzi, io divento un bimbo. Ho la pelle d’oca, giuro.» disse e si sollevò una manica, senza non poco sforzo, per mostrare i peli rizzati e la pelle a collinette, a riprova di quanto affermava.
«Sì, d’accordo, ma dacci un taglio. E poi abbassa la voce,» lo ammonì portandosi un dito alle labbra. «può darsi che ci sentano. Le ronde potrebbero nascondersi dietro ogni angolo, quindi non alzare i toni per inutili entusiasmi.»
«Oooh, non puoi capire». Mugolò d’impazienza compiendo piccoli saltelli sul posto, neanche fosse stato un cucciolo in attesa della pappa. «Sono eccitato come un- come un bimbo». Sgranò le dita delle mani, si morse il labbro inferiore in una smorfia. «Ragazzi, sono pronto. Questo mondo non attende altro che la nostra anima della scoperta». Strabuzzò gli occhi. Alzò le sopracciglia corrugando la fronte. Aveva di nuovo quel sorriso beffardo stampato in fronte. «Andiamo, non vedo l’ora.»
Adelia incrociò le braccia al petto e scosse la testa. Non aveva idea di quello che Joel volesse fare, ma era meglio seguirlo nella fluidità divampante dei suoi deliri. Non lo vedeva tanto stabile mentalmente e non voleva contraddirlo troppo. «E dove avresti intenzione di andare?»
«Ma come,» allargò le braccia, poi con la mano sinistra indicò le scale e fece cenno di seguirlo. «non vuoi esplorare la città con me. Ci facciamo una bella Corsa alla Cieca per i vicoli e vediamo chi ne abbatte di più. Sarà STREPITOSO!»
«Tu sei…» morse la lingua per non completare la frase: meglio tenersi per sé quello che pensava su di lui e sulla sua follia. «Ci sto, andiamo.» disse mentre lo raggiungeva ai piedi della lunga scalinava che saliva districandosi tra le viuzze incastonate fra le case.
Arrivatagli vicino si fermò. Joel estrasse un cappello da sotto la mantella e se lo mise in testa. Era un copricapo del Coro, una sorta di tricorno con una copertura metallica frontale che avvolgeva completamente non solo gli occhi, ma l’intero volto. Contemplò la suo tenuta: la lama grondante di sangue della mannaia dentata che gli spuntava dal fianco, la splendente armatura anch’essa imbrattata che rifletteva i raggi lunari, il calcio dell’archibugio che gli pendeva dalla cintura a tracolla come un ammonimento di morte. Senza quel sorriso perenne marchiato sul viso e con quegli abiti addosso era passato da innocuo bambinone che ispirava tenerezza a brutale macchina di morte.
Adelia sbuffò sovrappensiero. «Torneremo mai ad avere una vita vera?»
«Ricorda». Le puntò il dito contro agitandolo su e giù. Lei non poteva vederlo, ma sapeva che sotto la maschera stava ridendo. «La vita reale non mi avrà mai.» ”

Amelia si svegliò. Sentiva i muscoli delle spalle indolenziti e gli avambracci doloranti; probabile si fosse addormentata di sasso sopra il portatile a braccia incrociate. Risucchiò la saliva che le scendeva a lato della bocca e adocchiò il cursore che lampeggiava a fondo pagina. Rilesse l’ultima frase: ” La vita reale non mi avrà mai”. Beh, in fondo per lei, quella era una grande verità.

Sabba
Sabba